Anni ‘90, i miei genitori tornavano a casa dal lavoro alle 19.30, mia madre apparecchiava ed allestiva la cena, ci si sedeva a tavola, papà al suo posto (che non era neanche lontanamente in discussione), telegiornale delle 20.00 alla TV e si incominciava a mangiare.

Io, figlia: “Sai che oggi Caia e Sempronia a scuola hanno…” Papà: “Sssssst, che c’è il Tg”.

Fine del dialogo.

Anni ‘90, ristorante, tento di alzarmi da tavola per andare a giocare in attesa della portata, Papà: “non ti azzardare a girare per i tavoli”.

Io, figlia: “ma papà… solo un…” Papà: “sguardo assassino”.

Fine delle richieste.

E poi, crescendo: “posso fare il buco al naso?”

Papà: “non se ne parla nemmeno”.

Io, figlia: “ma guarda, solo un brillantino, non si vede nemmeno… ma perché no?! Che male faccio?! Vado bene a scuola, torno in orario… perché no?”

Papà: “perché no”.

Fine delle discussioni e delle trasmissioni.

Oggi, mamma e papà tornano dal lavoro, mamma apparecchia e prepara la cena, il bambino si siede dove più lo aggrada e  il genitore di turno: “amore, vuoi sederti qui questa sera? Dai, va bene, mi metto io al tuo posto”.

Ristorante, il bambino, annoiato (se non adeguatamente anestetizzato da uno smartphone) si alza e scorrazza per i tavoli giocando e saltando, senza troppa preoccupazione dei genitori, i quali pensano: “suvvia, è solo un bambino”. Poco dopo, quando il bambino, naturalmente incurante del desiderio degli altri avventori del ristorante di cenare in luogo differente da un asilo nido, inizia a diventare chiassoso e molesto, il genitore di turno lo richiama: “amore, ascolta, non possiamo disturbare! Ci sgridano! Dai, tesoro, vieni un po’ al tavolo seduto, da bravo”.

Il bambino se ne infischia e continua imperterrito nel suo giocare.

“Per favore, amore, vuoi venire qui?!” Figlio: “allora mi dai il cellulare!”

Genitore: “e va bene…”

E che accadrà quando ci verrà richiesto, a 12 anni, il tatuaggio uguale al Cristiano Ronaldo del momento?!

Ora, ho portato all’estremo alcune situazioni (quelle risalenti agli anni ‘90, però, erano proprio così come descritte, ora che ci penso), come amo fare per rendere più nitida l’immagine che tento di comunicare e ho generalizzato, ovvio, ben sapendo che, in realtà, ci sono genitori per infinite sfumature.

Tuttavia, credo che ognuno di noi possa, anche soltanto minimamente, ritrovarsi protagonista di uno degli atteggiamenti descritti.

Noi genitori del secondo millennio tendiamo ad avere un’attitudine bambinocentrica davvero opposta rispetto a quella che abbiamo osservato nei nostri genitori.

Se chiudo gli occhi e rivivo quegli episodi, così, di primo acchito, ricordo che il posto a tavola di mio padre era intoccabile perché lui era l’adulto da rispettare, che si guardava il Tg e non certo Peppa Pig, perché erano i miei genitori ad avere lavorato tutto il giorno e portato a casa quella pagnotta sempre sicura sul tavolo (ed anche quel televisore, che in orario Bim bum bam, in fin dei conti, potevo poi guardare) e che le spiegazioni sul rifiuto all’orecchino nel naso mio padre non me le dava perché, tanto (e questo lo so solo oggi, con il senno di poi), non le avrei né capite, né, a maggior ragione, condivise.

Una cosa è certa, il fatto di “piacermi” non era tra le prime preoccupazioni dei miei genitori.

I no sopraggiungevano facili e gli eventuali pianti (qualora concessi) erano, prima di tutto, un fastidio cui porre fine immediatamente.

Ho la sensazione che noi genitori moderni, al contrario, abbiamo parecchio a cuore l’obiettivo di piacere (e, di conseguenza, compiacere) ai figli e che il loro pianto non ci infastidisca in quanto tale, ma perché vorremmo non provocare loro sofferenza alcuna.

Diciamo ai bambini: “non possiamo fare così, CI sgridano!” Quando in realtà sono loro, in quel momento, a tenere un comportamento sbagliato e loro quelli che incasserebbero una sgridata. I loro dolori sono i nostri, anche se frivoli, come lo sono quelli derivanti dai giusti paletti che vorremmo porre al loro agire.

Nutriamo quasi un senso di colpa nel rimproverarli, rischiando, a volte, di dare più importanza alla reazione immediata che non a ciò che quei rimproveri vanno a costruire, con il tempo.

Per parte mia, credo di avere abbastanza chiare le idee sul tipo di educazione che vorrei ricevessero i miei figli, eppure, a volte, devo impormi di metterle in pratica, con severità, se necessario, davanti alla loro rabbia o delusione del momento.

E allora me lo ricordo io stessa, con buffi monologhi silenziosi: “i bambini hanno bisogno di limiti per crescere, hanno bisogno dei tuoi no per orientarsi nel mondo”.

Forse questa estrema empatia è figlia proprio di quel deficit di ascolto che abbiamo percepito noi, nati negli anni ‘80? Forse quei “no perché no” ci hanno resi un po’ morbidi, quando non deboli, perché insicuri?

Chi può dirlo?!

Come spesso mi accade, credo che la versione intermedia possa essere vincente per creare generazioni solide.

Forse la teoria secondo la quale i bambini che si sentono ascoltati, compresi ed accettati sono destinati a muoversi con sicurezza nelle relazioni sociali ha pregio. E allora, vale la pena motivare i limiti che imponiamo, anziché liquidare i figli con un “no perché no”, senza dimenticare, tuttavia, che, quando le nostre spiegazioni risultano vane, in ultimo, anche i figli dovrebbero avere chiaro che chi decide è il genitore, in quanto tale e in quanto adulto.

Per quanto mi riguarda, cerco sempre di far sentire loro che una regola, un’indicazione o un rimprovero sono radicati su di una buona ragione. Mi piace pensare che, anche solo in un posticino del loro pensiero, introiettino il messaggio costruttivo che sta dietro a quella che per loro è solo un’ imposizione, in modo che possa diventare un comune sentire e non soltanto un ingiusto diktat da trasgredire al più presto.

Questa modalità è faticosa, è vero, perché presta il fianco a momenti di impasse in cui i figli cercano la contrattazione con il genitore, che, giocoforza, diventa una rete in cui non rimanere intrappolati.

Di nuovo, mi piace credere che questa modalità potrà essergli utile un giorno, quando dovranno impostare i loro dialoghi da adulti. Facendo tesoro di quegli approcci familiari, magari, potrà essergli più facile dialogare in maniera costruttiva, senza evitare di mettersi in gioco e in discussione, nel ricordo di frustranti carenze di spiegazioni e, allo stesso tempo, sviluppando un’abitudine al confronto e non allo scontro.

Forse, saranno individui più risolti di noi e meno frustrati e, quando toccherà loro il ruolo del genitore, potranno vivere con maggiore serenità il rapporto con i loro figli, con qualche senso di colpa in meno.

Ai posteri l’ardua sentenza, per dirla col Manzoni!

Mi torna in mente quando, nella fase embrionale del mio essere madre, dovetti decidere come allattare e dove far dormire i bambini. Scelsi, anche in quel caso, quello che ritenevo un buon compromesso. Allattavo a richiesta, perché sentivo che quel tipo di contatto rappresentava un bisogno per i miei figli, che, se esaudito, li avrebbe resi sicuri, ma poi li mettevo a letto nelle loro culle, in modo che avessero uno spazio loro ed io, uno soltanto mio.

Difficile dire se sia stata la scelta migliore, sicuramente lo è stata per me, ma non sempre vi è una coincidenza tra ciò che è meglio per noi è ciò che lo è per i nostri figli.

Quando impostiamo le relazioni con i nostri figli, non sappiamo, in realtà, che tipo di persone abbiamo di fronte, perchè sono esseri in crescita e quella crescita sarà influenzata anche dalle nostre scelte. Per questo, per quanto mi riguarda, tento di applicare una certa lungimiranza nella costruzione dei rapporti, di non inchinarmi alla semplice risoluzione del problema del momento.

Per fare un esempio, nel mio caso, la severità di mio padre non è stata devastante (e, anzi, non posso che ringraziare), perchè ha trovato un terreno abbastanza equilibrato, che è riuscito a germogliare senza particolari scompensi. Ma, se il terreno fosse stato diverso? Più tenero? Più bisognoso di cure? Cosa avrebbe provocato quel rigore?

Solo il tempo potrà renderci il conto sulla bontà del nostro agire.

E voi? Cosa ne pensate?