Qualche sera fa ero a cena con la mia migliore amica di sempre e l’altro pezzo forte della mia vita amicale, l’irrefrenabile Giù (al secolo, Giulia), al quinto mese di gravidanza.

Il nostro è quel genere di rapporto in cui puoi esprimere davvero ciò che senti, ciò che sei, ciò che pensi, anche in maniera davvero unpollitically correct. Infatti, lo adoro.

Dunque, ci siamo trovate, immancabilmente, dato lo stato della Giù, a parlare del parto.

Due figli io, tre l’altra interlocutrice.

Non rimembro il momento del parto di frequente: a casa non è necessario, lo abbiamo vissuto e, le rare volte in cui riesco ad uscire con le amiche, tendiamo a tenere i figli fuori dai nostri argomenti, se non incidentalmente. È una sorta di regola aurea che ci siamo date: la nostra vita è talmente pervasa dai nostri figli, che ci piace far emergere ciò che, in questa fase della vita, normalmente è più sepolto.

E invece l’altra sera mi sono ritrovata a descrivere il parto.

Il primo pensiero (che evidentemente è quello più radicato) è stato: il parto è un momento davvero “crudo”.

Già… lo è.

 Nella nostra quotidianità abbondantemente artefatta, non sono tanti gli istanti che viviamo, per così dire, allo stato brado.

Se abbiamo un forte mal di testa, prendiamo un analgesico, se sudiamo, corriamo a lavarci e cambiarci, se soffriamo, cerchiamo di farlo in maniera composta.

Ecco, tutto ciò nel parto non accade.

Non ci sono antidolorifici, di sudore si è grondanti, si urla a squarciagola; il tutto senza preoccupazione alcuna del giudizio nostro o altrui.

Il parto è una vera e propria guerra, in cui la madre lotta per dare alla luce un figlio ed il figlio lotta per venire alla luce.

Il dolore lo si accetta, seppur con sfiancante fatica, fino all fine e, anzi, addirittura lo si protegge, coadiuvandolo, perché si sa che affrontandolo con coscienza si potrà agevolare il proprio corpo a compiere quel miracolo che è la nascita.

Il parto è senza filtri, per questo è crudo.

E chi ci accompagna in quell’immenso viaggio è come se lo sapesse.

Corsi preparato, esercizi di respirazione, scontri e confronti preparatori… ma quando si arriva al momento, quando la potenza delle contrazioni aumenta e la madre è impegnata, quasi fosse sola, ad affrontarle, tutti sanno cosa devono fare.

Le parole, che il più delle volte diventano fastidiose, lasciano spazio all’incitamento non verbale, fatto di ausilio puramente fisico o anche solo del prestare il proprio braccio ad essere letteralmente stritolato e, l’indomani, livido, per poi riprendere durante le spinte.

Il parto, infatti, si conclude con le spinte, l’intervallo forse più doloroso del cammino verso la nascita, dove la madre è esausta e l’animo inizia a cedere.

Ed è allora che tutti sanno di dover dire che “si vede la testa”, “l’ultimo sforzo”, “sei bravissima”. Tutti lo sanno.

Ed è come una magia.

Nessuno lo può insegnare, eppure la natura fa il suo corso e chi ne prende parte entra ed esce dalla scena, come se ne conoscesse il copione.

La natura fa ciò che non sappiamo fare noi.

Oppure noi sappiamo fare molto quando ci affidiamo alla natura e siamo… al naturale.

Mia nonna diceva che il bambino nasce quando la madre crede di essere in punto di morte. La Descrizione è perfetta.

Esattamente quando si arriva al limite del proprio possibile, si sente il primo vagito.

Il bambino respira per la prima volta mentre la madre crede di esalare l’ultimo respiro e, una frazione di secondo dopo, sospira di un sollievo che mai aveva sperimentato prima.

Poco dopo, il bambino viene posto sulla pancia della madre e, incredibilmente, anche lui sa perfettamente cosa deve fare, come se, quel copione, lo conoscesse già anche lui.

Dal grembo materno, con movimenti impercettibili, trova la strada verso il seno.

Selvaggio, potente, istintivo, animale.

La forza del parto toglie la voce a qualsiasi vergogna. L’intima condivisione della straordinarietà e della delicatezza di quell’evento, rende tutti estremamente liberi nel seguire semplicemente il corso naturale delle cose.

A volte penso che dovremmo vivere ogni impresa familiare quotidiana nello stesso modo, abbandonando gli artifici che ogni giorno poniamo in essere, uniti nell’autenticità, senza barriere, senza sofisticazioni.